Dominazione femminile svelata senza rancore

STRAPON DAL VIVO!

Avere un ruolo di responsabilità comporta tanti impegni gravosi, a partire dalla rinuncia a molto del proprio tempo libero: un compromesso che impari ad accettare in cambio della carriera che sognavi, ma che ti sta sempre comunque un pò stretto.
Partiamo dalle cose basilari: le ore di sonno. Ti svegli alle 6 per essere in azienda alle 7.30 (prima dei tuoi impiegati, bisogna pur dare il buon esempio!), per poi rincasare – nella migliore delle ipotesi – alle 20/20.30. Doccia e cena ti occupano due ore. Relazioni umane? Figurarsi, crollare sul divano è il mio unico desiderio. Magari una scopata ci starebbe bene, ma chi ce la fa dopo una giornata di numeri, conti, budget e…sti cazzi!

Un filmetto per distrarre la mente – film beninteso che è difficile che riesca a seguire fino alla fine – è il minimo prima di crollare, solitamente intorno a mezzanotte. Totale: 6 ore di sonno per notte, se pensieri molesti non vengono a turbarmi. Ah, dimenticavo, il totale di ore per vita sociale, privata, hobby e bla bla: zero. Bello tondo, come numero eh? Tutto questo dal lunedì al venerdì se va bene. Ah certo, perché non è detto che il sabato me lo possa davvero godere del tutto: il lavoro a casa è sempre lavoro! Anzi, è ancora più subdolo lo stronzo, visto che viene ad invadere il tuo spazio privato, il tuo tempo libero.
Per farla breve: o infilo tutte le mie relazioni umane (famiglia, amici, scopate, eventuale tango che è da una vita che dico di voler fare, ma in quale orario rimane un mistero) fra metà sabato e domenica, o nisba. Nada. Niente vita sociale. Lavoro, Lavoro, Lavoro. Produci, consuma, crepa. E neanche il tempo di riprodurti ti rimane, ammesso che mi interessasse riprodurmi. Però scopare cazzo è una necessità. E’ un Piacere, perdio! Se mi togli pure quello che rimane? I vibratori, per carità di patria! Aiutano, certo,ma vuoi mettere le spalle possenti di uno stallone da monta !? Eh, il minimo sindacale, cazzo!
Insomma, da tempo continuavo a dirmi che bisognava trovare urgentemente una soluzione. Non so quanti anni altri di vita sessuale attiva mi sono rimasti (fra due giorni compio 44 anni…. 5? 10 anni ancora di scopate?) ma di certo me li voglio godere.
La cara zia Pamela diceva che dopo la menopausa ti si seccava il clitoride… ahahaha, non ho mai capito se scherzasse o dicesse sul serio… donna campana d’altri tempi che usava ancora mettere i peli della fica nel caffè per far innamorare un uomo! Che donna, però!
Ma torniamo a noi, caro lettore. Perché sì, quella che stai leggendo, non è semplicemente la storia di una nevrosi, ma anche della sua soluzione. Il mio ruolo lo prevede d’altronde: a problema corrisponde soluzione, il bravo manager deve solo occuparsi delle fasi che ci sono in mezzo per arrivare vittoriosi al traguardo.

Una voglia di sesso irrefrenabile

L’idea mi venne osservando le strane abitudini di quell’impiegatuccio magro magro di cui non ricordo mai bene il nome… Rodolfo? Rambaldo? Romualdo? Il nostro “Ro Ro” – credendo di non essere osservato – non perdeva occasioni per grattarsi il culo sugli spigoli delle scrivanie piuttosto che usare penne, pennarelli e altri oggetti poco consoni (de gustibus, ma il toner della stampante, perdio!) con lo scopo di procurarsi un divertente diversivo alla noia dell’ufficio.
Finché un giorno mi decisi: lo presi in disparte e gli chiesi diretta “Caro, ma lo sai che dovremmo decurtarti dallo stipendio tutto il materiale d’ufficio che passa dal tuo culo? Non per niente, ma ormai le penne – quelle ancora sopravvissute – hanno un odore di intestino crasso!” Mi guardò esterrefatto. Si alternarono vari colori sul suo volto: bianco albume, grigio topo, blu tenebre e rosso pompeiano quelli che mi ricordo. Pensavo mi svenisse lì lì il gracile “Ro Ro”: scoppiai in una risata, gli misi una mano sulle spalle e gli assicurai che quello sarebbe stato il nostro segreto. Ma avrebbe dovuto darmi qualcosa in cambio. Qualcosa di molto prezioso. Forse per lui la cosa allo stesso tempo più preziosa e inflazionata. Il suo culo.

Il patto era questo: ogni mercoledì e giovedì il mio caro sottoposto doveva fermarsi oltre le 17 per dei “piccoli straordinari” che avrebbe esplicitato nel mio ufficio.
Il menù della casa prevedeva due portate complementari – il suo culo e il mio strapon – menù che col tempo poteva arricchirsi anche di altre portate, a discrezione della cuoca.
E’ inutile dirvi che “Ro-Ro” accettò senza troppe resistenze: aveva fatto troppe stronzate in ufficio, questo suo innocuo “divertissement anale” era solo la punta dell’iceberg, l’anticamera di un licenziamento meritato da tempo.
Il ragazzo si presentò il mercoledì successivo con la faccia di un condannato a morte, come se dovesse scontare una pena dantesca. “Eccheccazzo” – pensai – “un oggetto in più o uno in meno che differenza farà per il tuo culo?”. Non credo fosse questione di resistenza anale – il ragazzo sembrava esperto da quel punto di vista – ma più che altro un discorso di orgoglio e di autostima: già l’uomo medio fa fatica ad aprire il suo culo a nuove esperienze, figuriamoci questo mezz’ometto, senza nè arte nè parte.
Provai ad incoraggiarlo con il vecchio metodo “della carota e del bastone” (mai modo di dire era più adatto): se si fosse comportato bene, col tempo avrebbe avuto maggiore voce in capitolo nei giochi e anche un piccolo adeguamento del suo salario; al contrario se si fosse tirato indietro sputtanamento totale e licenziamento in tronco. Non poteva che accettare e così fece.
Lo feci disporre a culo in fuori e lo bendai, legandogli mani e piedi, mettendolo alla pecorina: lo tenni mezz’ora buona in quella posizione senza dire nulla. Nulla di nulla. Pura attesa uguale a pura ansia. Sentivo come il silenzio lo logorasse e la cosa mi eccitava non poco: “Che puttana sadica che sono“ pensai.
Mi godetti quest’attesa ma poi pensai che era il caso di cominciare la danza: senza dirgli nulla cominciai a spalmargli della vasellina nel culo (ne aveva veramente bisogno? Nel dubbio preferivo non traumatizzarlo troppo), infilai un paio di pennarelli per allargare il diametro e cominciai a fare su e giù con i miei colori preferiti (rosso e nero).

Che la dominazione dello schiavo abbia inizio

Il ragazzo cominciava a gemere, la cosa sembrava piacergli, e proprio per questo mi bloccai all’improvviso. Altro silenzio, il minchietta piagnucolava. Era arrivato il momento di qualcosa di più forte. Mi imbracai col mio strapon da vestita. Mi piaceva l’idea che lui fosse nudo e io no. Gli entrai dentro a gradi e poi cominciai a sodomizzarlo con sempre più foga.
Dio se urlava. Ammetto che la cosa – per me una novità – mi fece prendere un pò troppo la mano… in tutti i sensi! Non mi tolsi neanche l’imbracatura e cominciai a infilargli le mie dita in culo, poi tutta la mano e… cazzo… entrava pure una parte del mio braccio in quel culo sfondato!
“Stai godendo, eh schiavetto? Troietta rotta in culo” gli domandavo prendendolo per i capelli e schiaffeggiandolo. Lui mugolava, sbavava, digrignava i denti: mi chiedevo se fosse eccitato anche lui… credo proprio di sì!
Alla fine lo slegai, lo baciai velocemente e poi gli diedi un sonoro calcio in culo: quella prima dominazione, quel gioco da Femmina Alfa, mi aveva eccitato non poco.

Il giorno dopo il mio schiavetto aveva lo sguardo basso e trottava: “magari questo mi diventa pure stakanovista” pensai. Nel pomeriggio facemmo il bis. Le cose andarono in modo molto simile al pomeriggio precedente tranne qualche “innocua” variante: qualche sigaretta spenta sulla schiena, un Pinocchio di legno – ricordo d’infanzia – che si addentrò nel più sacro dei suoi orifizi e delle musiche tribali che misi come sottofondo. Ah, questa seconda volta gli risparmiai il calcio il culo dandogli anche una piccola mancetta per i suoi servizi da bravo soldatino: immagino non ci sia bisogno che vi dica dove infilai la mancetta.
Nel fine settimana riflettei su queste prime esperienze di dominazione femminile avute in ufficio. Mi ero divertita con “Ro-Ro”: sottomesso quanto bastava, ricattabile, facilmente dominabile anche a livello fisico. Però sentivo che non mi bastava. Avrei voluto altro. Avevo bisogno di un altro schiavetto, e forse anche più di uno. La domenica sera avevo deciso: dal giorno dopo sarei andata a caccia del mio secondo schiavetto.
Il lunedì mi svegliai particolarmente baldanzosa e non come al solito imprecando e bestemmiando contro tutto e tutti (il mio sport preferito di lunedì mattina).
Per tutto il giorno mi guardai intorno cercando la seconda vittima, ma, per un motivo o per un altro, nessuno sembrava avesse le caratteristiche giuste: nessuno veramente ricattabile, e quelli che in qualche modo potevano rientrare nella categoria se non dei “ricattabili” perlomeno dei “sottomessi”, non mi ispiravano per nulla.
Al pomeriggio la frustrazione era tanta, pensai anche di chiudere Ro-Ro in bagno e percuoterlo col mio frustino (che di tanto in tanto porto con me), così giusto per sfogarmi. Ero lì che mi mordevo nervosamente le unghie, i primi impiegati cominciavano ad uscire dall’ufficio, io passeggiavo su e giù senza darmi pace finchè il mio sguardo fu catturato da una scena insolita: questo nuovo tipo, che non avevo mai notato prima, biondo, belloccio, effeminato che si attardava ad uscire perché in modo maniacale ordinava e riordinava all’infinito la cancelleria della sua scrivania.
Gli cadde una gomma, si chinò a prenderla, quando provò a rialzarsi trovò il mio tacco appuntito a minacciare i suoi bei occhioni azzurri. “Mi s-s-scusi pe-er il dis-oor-dine” farfugliò impacciato. “Male, molto male per essere qui da poco. In questi casi l’azienda ammonisce perché il decoro della propria scrivania è fondamentale. Ma forse in questo caso possiamo chiudere un occhio…”

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